Le origini del flamenco

Quando si parla di “Flamenco” si tende a pensare ad uno spettacolo di musica spagnola, con un chitarrista, un cantante, una ballerina con una rosa tra i capelli e un’ampia gonna. In realtà il flamenco non è semplicemente questo, ci troviamo di fronte a qualcosa di più complesso, ad una vera e propria cultura che ha dato vita ad una forma d’arte molto vasta e antica. La storia del popolo Gitano e quella del flamenco sono strettamente intrecciate e collegate.

Dove nasce il flamenco? 

È innegabile la preponderanza e il protagonismo che ha avuto l’Andalusia nella creazione e nello sviluppo storico di quest’arte. Per essere ancor più precisi, la culla originale del flamenco è la bassa Andalusia, quella atlantica, il triangolo magico che ha i suoi vertici a nord in Siviglia ed a sud in Cadice, passando per Jerez de la Frontera. Questa zona circoscritta viene spesso descritta come “la patria del cante e del baile”, un habitat protetto dove le arti possono incontrarsi e fondersi dando così origine a qualcosa di unico e sublime.

Tutto questo non sarebbe stato sufficiente senza la componente umana e senza l’apporto decisivo dei gitani.
I gitani erano emigrati dalla lontana India all’inizio del IX secolo, ma soltanto nel XIV e XV secolo iniziarono ad affacciarsi in Europa. Vivendo una dura esistenza di persecuzione e di emarginazione, riuscirono a conservarsi come gruppo emogenico ed ermetico, come lo è la comunità giudea. Dopo un lungo e tormentato vagabondare per l’Europa e per la Spagna, i gitani, arrivati in Andalusia, vi trovarono se non precisamente la terra promessa, almeno un rifugio dove non furono respinti del tutto ed in tal modo attenersi alle leggi, che proibivano loro il nomadismo.
Qui i gitani iniziarono a adattarsi alla vita sedentaria, abituandosi rapidamente al carattere umano della regione ma senza perdere le loro abitudini tribali. Nello stesso tempo sorgevano quartieri, più o meno omogenei in Jerez de la Frontera (il barrio de Santiago) in Cadice (La Viña e Santa Maria) e principalmente a Siviglia con il suo “barrio de Triana”.
In questi stessi quartieri incontrarono altri emarginati: i musulmani.
Grazie ai “moriscos", come venivano chiamati, la tradizione musicale arabo-andalusa sopravvisse con forza e purezza in tutta l’Andalusia.

Il ritmo Flamenco

I ritmi e le melodie originali dell’India incontrarono il folklore locale. Con la loro innata capacità di assimilazione, i gitani assorbirono le tradizioni locali.
Il Flamenco, inteso come espressione artistica e culturale, nasce come canto, “Cante Jondo”.
Questo modo di cantare colpisce per la sua carica emozionale e per la sua visceralità espressiva. Racconta di contadini andalusi poveri e sfruttati, di gitani erranti, di persecuzioni, di torture. È sicuramente un canto pieno di sofferenza e sentimento, emozioni alla base della cultura flamenca.
Il canto flamenco parla inoltre della famiglia come una protezione, della ricchezza che fa diventare l’uomo meno generoso; è proprio la generosità che viene intesa come l’elemento che determina il valore di una persona.

Sempre più persone si interessano al flamenco e anche i payos, i non-gitani, iniziano a cimentarsi come interpreti di flamenco. È un’ulteriore rivoluzione: si arricchiscono le varie forme di canto e si sviluppa il ballo e l’accompagnamento musicale. Si arricchiscono stili già esistenti come soleà e siguiriya e nascono nuovi stili come alegria e buleria. Si “afflamencano” alcuni canti folklorici come fandangos, sevillanas, farruca, che costituiscono il repertorio soprattutto dei payos che diventano artisti flamenchi.
In questa fase viene adottata la chitarra, con la sola funzione di accompagnamento; poi all’inizio del 900, svilupperà la sua identità come strumento solista grazie ad artisti come Rafael Marin, Ramon Montoya e Luis Molina. Infine, il baile raggiunge la sua piena evoluzione e prende il sopravvento sul cante, essendo l’elemento più apprezzato e richiesto dal pubblico eterogeneo dei cafès cantantes.
I piccoli e angusti spazi dei cafes cantantes diventano così palcoscenici ampi e sonori, favorendo in tal modo la ritmica dei piedi e le forme di coreografia.

Il Flamenco passa così, da canto intimo e personale riservato a pochi intimi, a spettacolo che riempie i teatri di tutto il mondo.

Il Flamenco Oggi 

La maestosità del Flamenco inteso non solo come arte, ma anche come cultura, ha avuto un riconoscimento di tutto rispetto: il 16 novembre 2010, l’UNESCO, riunito a Nairobi in Kenia, ha inserito il Flamenco nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

Il flamenco è universale perché è espressione di tutti i sentimenti dell’essere umano. Dall’amore alla solitudine, dalla morte al dolore, dalla spensieratezza all’allegria.
Il flamenco rappresenta quindi lo stato dell’animo umano. Da qui la sua affinità con l’umanità intera.
Questo riconoscimento ufficiale come patrimonio dell’Umanità è un orgoglio per tutti coloro che sentono il flamenco come una forma di vita e non solo come musica e danza. Per tutte le persone che vivono nella culla del flamenco, l’Andalusia, e per le quali il flamenco rappresenta la propria identità. È grazie a loro se oggi il flamenco è arrivato ad essere questa straordinaria forma d’arte, grande e universale.

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